Blog: la bottega di Manuzio

Vita sulle galee

 

Per avere un’idea di come si vivesse sulle galee del XVI secolo, basta leggere la cruda narrazione di un testimone dell’epoca riportata qui di seguito.
La vita sulle galee del re di Spagna Filippo II viene descritta dal suo fratellastro don Juan de Austria, al tempo in cui era comandante della flotta della cristianità nella battaglia di Lepanto contro i turchi:

 

battaglia lepanto

Antonio de Brugada, La battaglia di Lepanto, XIX secolo

Per quasi tutta la galea era aperta, simile ad una enorme barca a remi. Incatenati alla caviglia, i rematori sedevano affiancati a gruppi di cinque sui cosidetti banchi di voga ai due lati di una stretta passerella: a ogni banco un enorme remo. Quando la pala del remo compiva il movimento all’indietro i rematori si rizzavano a metà. A poppa stava il nostromo e al suo fischio – usava un fischietto d’argento – essi ricadevano all’indietro sul banco come un sol corpo, sfruttando l’azione meccanica del loro peso per creare in tal modo un sistema di leva che imprimeva il movimento di massa della galera. Su e giù per la passerella un ufficiale subalterno camminava con uno scudiscio in mano e menava frustate a quei rematori che non facevano forze sul remo. Inutile dire che la ricaduta sui banchi causava loro sofferenze indicibili, in quanto erano tutti piagati. I cortigiani che stavano a poppa potevano forse fingere di non notare quegli uomini nudi che lavoravano sui giganteschi remi, ma non potevano ignorare il fetore che essi diffondevano, perché non gli era consentito di abbandonare il banco del loro remo, né di giorno né di notte. Per dire quale fosse la condizione di un rematore di galea – galeotto o schiavo – basta osservare che aveva la testa rasata. Un individuo rasato da capo a piedi era una persona soggiogata, in una condizione molto simile a quella di un corsaro nord africano fatto prigioniero. Un ciuffetto di capelli indicava la condizione di un forzato ad alcuni anni di galera. Un pugno di rematori – quelli cui era concesso di portare i mustacchi – non rimanevano di continuo incatenati alla caviglia, fuorché nei porti: erano i volontari, uomini che un brutto giorno si erano trovati in tali ristrettezze da considerare le razioni di un galeotto un vantaggio a confronto della fame. Solo a loro era concesso di poggiare sul banco dove vogavano degli stracci per attutire il colpo della caduta. Tutti stavano nella loro sporcizia, e se il vento calava, nelle cabine dei passeggeri si respirava a stento. I più si cospargevano di profumi, alcuni si imbottivano il naso di spezie. 

 

 

Tratto da: Luigi Gigio Zanon, La galea veneziana, 2004

 

 

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