Blog: la bottega di Manuzio

I poveri della Serenissima

 

Cosa significava essere povero nella Repubblica di Venezia?

 

  • Pietro Longhi, Il cavadenti, 1750 circa (si nota la mendicante in primo piano)

    Pietro Longhi, Il cavadenti, 1750 circa (si nota la mendicante in primo piano)

    Essere povero significava essere in grande compagnia. Secondo documenti ufficiali del XVIII secolo, un sesto della popolazione veneziana era costituita da mendicanti o da gente che dipendeva, comunque, dalla carità pubblica o privata.

  • Essere povero significava mendicare o guadagnarsi da vivere saltuariamente con mestieri e commerci mal pagati, molti dei quali sono ora scomparsi e sono stati assorbiti nelle grandi industrie: specchiai, infilatori di collane, barbieri, castratori di gatti, domestici, vasai, stagnini, gondolieri e barcaioli, cordai, carpentieri, erbivendoli, nastrai, follatori e tessitori, materassai, ladri, fabbricanti di sandali, facchini, spazzacamini, netturbini, pescatori, venditori d’acqua, guardie del corpo, venditori ambulanti di inchiostro e veleno per topi, venditori ambulanti di bomboloni, copisti, prostitute, commessi, portabagagli, rematori di galere e sagrestani.

 

  • Calle dei Scoacamini, una piccola laterale di Calle dei Fabbri a pochi passi da Piazza San Marco. Il nome deriva dal fatto che qui, nel ‘600, avevano casa molti spazzacamini.

    Calle dei Scoacamini, una piccola laterale di Calle dei Fabbri a pochi passi da Piazza San Marco. Il nome deriva dal fatto che qui, nel ‘600, avevano casa molti spazzacamini.

    Essere molto povero significava vivere in baracche di legno, ammassati con tutta la famiglia in una sola stanza malsana a piano terra. La maggior parte dei poveri viveva in abitazioni talvolta vicino o dietro ai palazzi nei quali vivevano i ricchi. I più miserabili vivevano lungo i canali usati di rado alla periferia della città; zone in cui il sole in inverno toccava solo la cima dei tetti, dove un numero miserevole di bambini riusciva a superare il primo anno di vita.

  • polenta

    Pietro Longhi, La polenta, 1740 circa

    Essere povero significava fare dei pasti della massima monotonia e minima capacità nutritiva. Prima del XVII secolo, probabilmente, i poveri vivevano principalmente di pane. I poverissimi talvolta facevano il pane con una specie di saggina che le autorità esentavano dalle imposte sugli alimenti perché la consideravano immangiabile. In altre zone era usata come foraggio e per fare scope. Nel XVII secolo questo sparì in una buona parte non appena apparve il granturco (mais). Da allora il granturco divenne l’elemento fondamentale nella dieta dei poveri. Era ed è ancora mangiato principalmente sotto forma di polenta, una farina molle, mescolata in una pesante pentola di rame dal fondo rotondo finché non si rassoda, poi rovesciata su una tavola e tagliata a spicchi. I poveri mangiavano polenta ogni giorno e quasi ad ogni pasto. Una dieta a base di polenta manca degli elementi essenziali e lascia il corpo esposto a malattie da nutrizione come la pellagra.

  • Essere povero significata non potersi aspettare di vivere a lungo. I dati relativi agli abitanti di diciassette parrocchie veneziane (due terzi dei quali “poveri” o “assai poveri”) indicano che di tutti i bambini nati in un dato anno del XVII secolo, poco più della metà riusciva ad arrivare ai ventun anni. Nel XVIII secolo il numero diminuì addirittura al 44%.

 

testo tratto da James C. Davis, Una famiglia veneziana e la conservazione della ricchezza, Jouvence 1980

 

 

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