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Serenissima criminale: streghe a Venezia

La Nasina, una striga davanti all’Inquisizione. Storie di magia, malefici, superstizione

 

Inquisizione - streghe a venezia“Che vuol, Vostra Signoria, che mi chiama pentita de quel che non ho fatto?”.

Così Maddalena Bradamonte, detta la Nasina, rispondeva al Tribunale veneziano della Santissima Inquisizione, riunito per emettere la sentenza. L’accusa era di “strigarie” e le prove contro di lei erano schiaccianti, tanto che il collegio non ritenne necessario concederle la difesa ma solo darle spazio a un eventuale ravvedimento.

La Nasina aveva dichiarato la propria innocenza fin da quando, l’11 giugno 1584, era stata arrestata e condotta nelle carceri del Sant’Uffizio. Interrogata la prima volta dieci giorni dopo, aveva ammesso di aver recitato orazioni per le anime dei giustiziati e di aver fatto gettare le fave da Agnesina di San Trovaso; ma questi peccati, a suo dire, era giustificabili con la giovane età e la follia della passione amorosa.

chiromante - streghe a veneziaIn una Venezia dominata dalla superstizione esistevano numerose buttafave, guaritrici e chiromanti pronte a svelare il futuro, dietro pagamento, anche consultando un diavolo personale. Uno dei rituali stregoneschi dell’epoca consisteva nel pronunciare orazioni per le anime dei giustiziati durante gli scongiuri d’amore e di odio. Tra le professioniste veneziane c’era la Agnesina, che per la cospicua cifra di venti soldi gettava le fave insieme a un po’ di pane, sale, carbone e un pizzetto di muro di casa riuscendo così a prevedere, sulla base della posizione delle fave cadute e degli atri ingredienti, l’esito di una vicenda.

 

streghe a veneziaEra soprattutto l’amore – per un marito, un amante, un cliente – a spingere le donne a ricorrere alla magia. Tra le tecniche per legare a sé un posto di primo piano spettava alla “carta del ben voler”, piena di nomi e segni magici: si sfregava contro il corpo nudo dell’amante ottenendone così eterno affetto. Si riteneva universalmente che le maggiori esperte di magia fossero le cortigiane: con fatture e sortilegi riuscivano a far innamorare gli uomini e in certi casi anche a farsi sposare. Un episodio del genere si era verificato nel 1581 quando la cortigiana Andriana Savorgnan si era unita in matrimonio con il patrizio Marco Dandolo, a dispetto dell’opposizione della famiglia.

Emulare le gesta della collega doveva essere uno dei desideri della Nasina, piccola cortigiana di vent’anni che viveva a San Paternian e si faceva mantenere dagli “innamorati”. Tra questi si annoverava anche un giovane di illustre casata, Antonio Sanudo; interrogato dal Sant’Uffizio, rammentò la relazione con la sua “prima dona” che per lui era stata una “ruina”: stregato dai suoi incantesimi, aveva speso per lei un patrimonio, mettendosi in urto con i parenti e arrivando a un passo dal sposarla.

streghe a veneziaIl processo contro Maddalena si aprì tre o quattro anni dopo gli avvenimenti, quando la donna si era ormai sposata e aveva lasciato la professione trasferendosi a Padova. Oltre a Sanudo, furono sentiti tra gli altri Battista “bolzer”, valigiaio, la moglie Teodora e il medico Pietro Paulo Malvezzi: tutti concordarono nel descrivere la Nasina avvezza alle “più horrende stregarie et fatture”. A detta dei testimoni, ogni giorno si chiudeva in camera, si scioglieva i capelli e con la corona dietro la schiena passeggiava sgranando il rosario per le anime dei giustiziati. Poco dopo aver scoperto il rituale, Battista interruppe la relazione che intratteneva con la cortigiana; fu perciò colpito da una grave malattia, terminata con una lenta guarigione. L’ira della strega fece allora vittima anche Teodora, fermata una notte dal marito mentre si aggirava in calle come spiritata. La gravità del morbo richiese l’intervento di un esorcista: il prete Zuan Antonio Mazoli della chiesa di Santa Marina, dopo ripetute operazioni, riuscì a liberare la vittima dalle presenze diaboliche. Venuti allo scoperto, gli spiriti confessarono chi fosse la loro mandante: naturalmente Maddalena, che voleva far morire Teodora per portarle via il marito.

Cerchio magico - streghe a veneziaAll’epoca dei fatti raccontati nessuno pensò di denunciare la donna. Lo fece invece più tardi, inviando una lettera agli Inquisitori e riesumando una storia ormai dimenticata, il bolognese Valerio Fasennino. Alle sue spalle, vero probabile autore della delazione, c’era il medico e concittadino Pietro Paulo Malvezzi, che aveva in corso una causa con la Nasina per il possesso di alcuni campi di terra confinanti. Maddalena aveva anche altri nemici, che menzionò davanti ai giudici: in primo luogo Teodora, folle di gelosia per via del marito; il valigiaio, diventatole ostile; Bortola, un’amica che l’aveva sostituita nel cuore di Battista e da allora era diventata sua rivale.

streghe a veneziaQuesto processo fu uno dei tanti istruiti tra Cinquecento e primi del Settecento contro le streghe a Venezia. Sullo sfondo di un’Europa dove infuriava la caccia alle streghe, molte delle quali furono torturate e uccise, Venezia seppe conferire alla questione un indirizzo particolare, mostrando autonomia dal potere della Chiesa. Nei suoi territori non fu mai acceso alcun rogo e le torture furono applicate solo in rari casi: si preferì condannare le colpevoli all’esilio perpetuo o temporaneo, alla fustigazione o alla pubblica penitenza.

piazzetta - streghe a veneziaUn nuovo castigo fu inaugurato il 6 luglio 1584: tra le due colonne della piazzetta, sopra un palco, quattro strighe furono lasciate in piedi tre ore, dalle nove a mezzogiorno, con le mani legate e una mitria in testa dipinta con fiamme e diavoli. A lato, un cartello indicava le ragioni dell’accusa, mentre in basso la folla, tenuta a freno a stento dalle guardie, era libera di insultare o deridere le donne. Tra queste, la Nasina, che dopo il triste spettacolo sarebbe dovuta partire: la attendeva l’esilio per cinque anni, da tutto il territorio della Serenissima compreso tra il Mincio e in Quarnaro.

(Per maggiori informazioni sul lato oscuro di Venezia: Nero veneziano. Crimini ed efferatezze in 21 casi degni di nota, a cura di Claudio dell’Orso)

 

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Elisabetta Ravegnani

Elisabetta Ravegnani

Ama i libri fin da bambina. Prima li legge, poi li colleziona, poi li studia, infine decide di raccoglierli. E crea una libreria. Piccola, fuori dagli itinerari commerciali, con lo scopo di offrire quel qualcosa in più, che non si trova sempre in giro. Qualche anno dopo la laurea in Lettere, unendo la passione editoriale con quella per Venezia, si inventa La bottega di Manuzio. Che ancora oggi cresce, con passione, ogni giorno.
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