Blog: la bottega di Manuzio

La vita avventurosa di Maria da Riva, monaca senza vocazione


Costretta a prendere i voti, si ribellò al destino e inseguì le sue passioni

 

Guardi, parlatorio monache

Francesco Guardi, Parlatoio del Convento di San Zaccaria

Secondo un prassi diffusa a Venezia tra ‘600 e ‘700 varie donne senza vocazione furono costrette a monacazioni forzate.
La reclusione rispondeva a una logica economica: per l’ingente esborso della dote matrimoniale, in caso di prole numerosa, si preferiva accasare solo una o alcune figlie decorosamente, costruendo così parentele di un certo lustro, invece di tutte con unioni mediocri.

La clausura, però, non imponeva totale distacco dal mondo: nei monasteri veneziani si festeggiava il Carnevale e, spesso, si ospitavano nei parlatori riunioni brillanti. Di queste donne dall’infelice destino ci parla suor Arcangela Tarabotti, al secolo Elena Cassandra, che denunciò l’ingiustizia con i suoi scritti (v. art. Quando in convento si festeggiava il Carnevale…).

Le infrazioni erano comunque tollerate per rendere meno sgradevole la vita delle religiose. In certi casi, però, anticiparono vere e proprie ribellioni che si susseguirono nel corso del XVII e XVIII secolo. Una delle vicende più emblematiche è quella di Maria da Riva, di cui ci parla ampiamente lo storico Eugenio Musatti.

Maria da Riva nacque da famiglia patrizia nei primi anni del XVIII secolo. A sedici anni fu costretta contro la sua volontà a prendere il velo nel monastero delle benedettine a San Lorenzo, che accoglieva donne di famiglie nobili. Bella, intelligente, colta, educata e elegante, la ragazza crebbe tra l’affetto delle compagne e l’ammirazione dei visitatori che, secondo l’uso del tempo, frequentavano il parlatorio.

L’equilibrio fu però spezzato dall’arrivo a Venezia, nel novembre 1733, del conte di Froulay, ambasciatore di Francia presso la Repubblica. Il nobile, che aveva moglie e figlio ma non disprezzava le relazioni extraconiugali, iniziò a frequentare il parlatorio di San Lorenzo e in breve tempo si innamorò dell’allora trentenne Maria, ricambiato.

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Pietro Longhi, Il matrimonio

La tresca fu presto nota agli Inquisitori di Stato, che ne seguirono le vicende grazie alle informazioni di una spia. Vennero così alla luce le scandalose infrazioni di Maria che non solo usciva dal convento, ma aveva persino preso parte fino all’alba a una festa in un palazzo a Santa Marina travestita da uomo con indosso il tabaro. L’intervento fu immediato: i magistrati proibirono a Maria di affacciarsi nuovamente al parlatorio per incontrare Froulay che, dal canto suo, rientrò a Parigi profondamente offeso per il divieto.

Rimasta sola, Maria fu trasferita dopo qualche tempo in un convento a Ferrara. Nonostante tutto, non rinunciò a ribellarsi e questa volta fu più fortunata.

Instaurata una relazione con un colonnello, un tale Moroni, fuggì con lui dal monastero per rifugiarsi a Bologna dove i due si sposarono (1743). Quando i fratelli di lei vennero a conoscenza dell’accaduto fecero un tal clamore che Maria e il suo sposo furono imprigionati e sottoposti a processo. Non appena Moroni poté uscire dal carcere, però, approfittando del mite trattamento a lei riservato nella reclusione, Maria riuscì a fuggire e a raggiungerlo.

Da allora non si possiedono più notizie riguardo a Maria da Riva, monaca senza vocazione, e la sua nuova vita coniugale. Pare, secondo un dispaccio di Andrea da Lezze, ambasciatore veneto presso la Santa Sede, che la donna si fosse rifugiata nella Svizzera protestante, dove probabilmente rimase fino al termine dei suoi giorni.

 

(Informazioni tratte da Eugenio Musatti, La Donna in Venezia)


 

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Elisabetta Ravegnani

Elisabetta Ravegnani

Ama i libri fin da bambina. Prima li legge, poi li colleziona, poi li studia, infine decide di raccoglierli. E crea una libreria. Piccola, fuori dagli itinerari commerciali, con lo scopo di offrire quel qualcosa in più, che non si trova sempre in giro. Qualche anno dopo la laurea in Lettere, unendo la passione editoriale con quella per Venezia, si inventa La bottega di Manuzio. Che ancora oggi cresce, con passione, ogni giorno.

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