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La Festa delle Marie

Secondo la tradizione ricorda quando dodici ragazze, rapite dai pirati, furono poi liberate dall’ardimento del doge e dei veneziani

 

A cavallo tra il 25 gennaio e il 2 febbraio nella Venezia ducale aveva luogo la «festa delle dodici Marie», che andava famosa in tutta Europa e richiamava molti visitatori in città. La festa era legata a originarie motivazioni religiose, legate al culto di Maria, e comprendeva banchetti, riunioni, attività sportive, regate e giochi popolari. Venne celebrata per lo meno dalla metà del XII secolo e fu abolita nel 1379, durante la guerra di Chioggia. La festa era offerta alternativamente da due contrade di Venezia, scelte di anno in anno, che si facevano carico delle spese e dell’organizzazione.

Le celebrazioni ufficiali entravano nel vivo il 30 gennaio quando una compagnia di giovani di una delle due contrade, seguita poi dalla seconda che faceva le stesse cose, si recava in piazza S. Marco e di qui in processione raggiungeva la vicina chiesa di S. Maria Formosa per distribuire doni a un gran numero di ragazze povere. Il giorno seguente le due contrade costituivano cortei in piazza S. Marco seguiti da musici, sacerdoti: quattro uomini della prima contrada che portavano un trono su cui stava un sacerdote vestito come la Vergine Maria e analogamente quelli della seconda con un sacerdote abbigliato come l’arcangelo Gabriele.

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G. Bella, Festa del 2 febbraio in Campo S. M. Formosa

A questo punto entrava in scena anche il doge, che assisteva alla cerimonia con i dignitari: tre sacerdoti si staccavano dal corteo e ne cantavano le lodi. Il doge rispondeva gettando loro monete e questi si ricongiungevano alla processione per poi procedere alla volta di S. Maria Formosa dove i sacerdoti in trono rappresentavano l’Annunciazione. Nelle contrade intanto sei nobili o ricchi aprivano le proprie dimore al pubblico per mostrare le statue lignee di Maria splendidamente abbigliate che vi ospitavano in ossequio ai riti previsti, e questa esibizione offriva lo spunto per riunioni conviviali.

Il giorno successivo continuavano i festeggiamenti e il doge alla sera accompagnava i sacerdoti che rappresentavano Maria e Gabriele ad ascoltare i Vespri cantati a S. Maria Formosa. Il 2 febbraio, festa della Purificazione di Maria o della Candelora, la festa raggiungeva il culmine con cerimonie religiose e un grande corteo sull’acqua, a cui prendeva parte anche il principe, che partendo da S. Marco risaliva il Canal Grande fino a fermarsi a S. Maria Formosa.

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G. Bella, S. Pietro di Castello

La festa delle dodici Marie, nella tradizione popolare, aveva però ben altre origini e un diverso significato, che comincia a essere illustrato nella letteratura a partire dal XV secolo, da quando cioè la festa non si celebrava più da tempo. Veniva infatti messa in relazione a un curioso racconto sulle spose veneziane secondo cui, fin dall’inizio del IX secolo, era consuetudine che, nel giorno della purificazione di Maria, si radunassero nella chiesa di S. Pietro di Castello dodici ragazze del popolo insieme ai loro promessi sposi per celebrare le nozze officiate dal vescovo di Olivolo (o Castello). Alla circostanza si volle dare particolare rilievo e, per l’occasione, lo stato prestava gioielli alle fanciulle vestite di bianco e le famiglia patrizie a loro volta prendevano parte alla costruzione della dote con doni, portati in chiesa in cassette di legno appositamente preparate alle quali era dato il nome di «arcelle» o «capselle». La cerimonia religiosa si svolgeva poi alla presenza del doge seguito da nobili e magistrati e, una volta terminata, egli le accompagnava a Palazzo dove consegnava loro i ceri benedetti e le invitava a un banchetto.

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Francesco Guardi, San Pietro di Castello

Secondo la tradizione, però, in una data non esattamente precisabile (che potrebbe essere l’844 sotto Pietro Tradonico o il 946 sotto Pietro III Candiano), un gruppo di pirati dalmati (o di altra origine) fece irruzione a S. Pietro di Castello mentre si svolgevano le nozze e rapì le fanciulle e impossessandosi delle cassette con la dote. Senza perdersi d’animo, i Veneziani guidati dallo stesso doge li inseguirono raggiungendoli in prossimità di Caorle e li uccisero liberando le ragazze in una località che fu chiamata «porto delle donzelle». Nello scontro si distinsero in particolare i «casseleri», intagliatori di legno e fabbricanti di casse, ai quali il principe chiese come poterli ricompensare ed essi avanzarono la richiesta che visitasse ogni anno la loro parrocchia, la chiesa di S. Maria Formosa, a ricordo dell’avvenimento. Il doge scherzando obiettò: «e se fosse per piovere? E se avessimo sete?» ed essi prontamente risposero: «Noi vi offriremo cappelli per coprirvi e vi daremo da bere». E il patto fu mantenuto né mai, finché visse la repubblica, il doge omise di recarsi alla chiesa di S. Maria Formosa, dove il parroco gli offriva un cappello di paglia intessuto d’oro, del vino e della frutta.

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La sfilata delle Marie durante il Carnevale

Con l’andare del tempo, tuttavia, il ricorso alle dodici fanciulle avrebbe perso lo slancio originario (anche per i contrasti che segnavano la selezione) e, a partire dal 1343, furono sostituite da altrettante sagome in legno dipinto, quelle che il popolo chiamava «le Marie de tola», da cui furono simbolicamente rappresentate fino all’abolizione della cerimonia.

In questa ultima versione, infine, la festa delle Marie è stata di recente rievocata nel quadro delle celebrazioni del carnevale allorché dodici ragazze veneziane sfilano in costume e la più bella fra queste viene proclamata la Maria dell’anno.

 

(Oreste Cagnato, Venezia in maschera, 1989; Daniela Frassoni, Il Veneziere, 1986; Ugo Volli-Paolo Cusenza-Mauro Negro, Teatro o Festa. Il Carnevale di Venezia, 1980).

 

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Elisabetta Ravegnani

Elisabetta Ravegnani

Ama i libri fin da bambina. Prima li legge, poi li colleziona, poi li studia, infine decide di raccoglierli. E crea una libreria. Piccola, fuori dagli itinerari commerciali, con lo scopo di offrire quel qualcosa in più, che non si trova sempre in giro. Qualche anno dopo la laurea in Lettere, unendo la passione editoriale con quella per Venezia, si inventa La bottega di Manuzio. Che ancora oggi cresce, con passione, ogni giorno.
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