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Gaspara Stampa, amante infelice

Gaspara Stampa

Dolce e terribile sorte quella di Gaspara Stampa!

Lo afferma Stelio Effrena, protagonista del romanzo dannunziano “Il fuoco”, artista supremo e uomo-eroe autobiografico de vate. Come interlocutrice, la Foscarina, identificabile con Eleonora Duse, minacciata da una tragica consapevolezza: l’amore di Stelio per lei si stava spegnendo, così come la freschezza della sua giovinezza.
Sullo sfondo di una Venezia autunnale immersa in un’atmosfera di morte e disfacimento, la vicenda di Foscarina può ricordare quella della poetessa veneziana nata a Padova nel 1523, per la stessa coscienza drammatica derivante dalla sofferenza d’amore: anche Gaspara Stampa subì l’indifferenza, e infine l’abbandono, del conte Collatino di Collalto, e confessò senza retorica i tumulti del proprio cuore nelle sue poesie, pubblicate postume con il titolo di “Rime”. La sincerità della donna è la nota dominante del canzoniere, un totale di trecentoundici composizioni, sonetti, madrigali, canzoni. La voce autentica di Gaspara Stampa si innalza nonostante l’adesione al petrarchismo, di moda all’epoca, assumendo molte tonalità in concomitanza agli eventi vissuti e, soprattutto, alla condotta di lui, l'”aspro conte, un cor d’orsa e di tigre”.

Il conte Collatino di Collalto

Collatino era uomo d’armi e di cultura, comandava le armate di Enrico II di Francia, componeva versi ed era amico degli scrittori Sperone Speroni e Pietro Aretino. Pur avendo radici a Venezia, spesso si assentava per recarsi a Parigi o a combattere in Italia, oppure per raggiungere i feudi nella marca trevigiana, proprietà della potente famiglia di origine longobarda: il castello di Collalto, di San Salvatore e di Credazzo e Rai. Durante uno dei soggiorni nella Serenissima conobbe Gaspara: il primo incontro avvenne sotto Natale, quando “era vicino il dì che ‘l Creatore … in forma umana venne a dimostrarsi”. A quei tempi, la poetessa aveva venticinque anni, così come il “signor di vago e dolce aspetto, giovane d’anni e vecchio d’intelletto” che, fin da subito, scatenò in lei un sentimento travolgente. L’aspetto del capitano, “di pelo biondo, e di vivo colore, di persona alta e spazioso petto”, pareva “in ogni opra perfetto”, eccetto per un particolare: era “empio in amore”, perché non corrispondeva Gaspara con uguale intensità. A indebolire il legame intervenivano anche i frequenti allontanamenti del conte per le svariate occupazioni, che gettavano la donna in preda allo sconforto e all’angoscia: mentre lo attendeva, Gaspara ne seguiva con ansia le imprese e, quando sapeva Collatino nei suoi feudi di terraferma, non esitava a raggiungerlo, umiliandosi in una relazione riconosciuta come disuguale, ma alla quale non sapeva rinunciare.

Paris Bordone, Gli amanti veneziani, 1525-30 (Pinacoteca Brera, Milano)

La Stampa si struggeva di gelosia per “le bele done onde la Francia è piena” finché, a tre anni dall’incontro, giunse l’epilogo: il conte di Collalto la abbandonò definitivamente, gettandola nella più cupa disperazione. Il triste avvenimento è ricordato in una delle Rime, dove Gaspara riferisce però anche di un’altra luce apparsa qualche tempo dopo: un nuovo amore, capace di farle provare “un foco uguale al primo foco”. Del personaggio in questione, chiamato Bartolomeo Zen, si conosce solo il nome, ma forse è uno pseudonimo per celare varie relazioni; il suo manifestarsi è comunque indicativo del modus vivendi di Gaspara che, nel rivelare con coraggio il proprio mondo interiore, rivendicava il diritto di esprimere l’amore e soffrirne i patimenti, sfidando insieme società e destino.
Libera e spregiudicata, l’esistenza della scrittrice si colloca sullo sfondo della Venezia dei salotti, frequentati dalla buona società: uno di questi ruotava intorno alla sua stessa madre, Cecilia, che alla morte del marito, un nobile di modeste possibilità economiche, si era trasferita da Padova con la famiglia – tre figli, un maschio morto in tenera età e due femmine – nella città lagunare. Qui, ben presto, aveva preso a ricevere patrizi, ecclesiastici, militari e letterati, allietati dalla presenza di Gaspara e della sorella Cassandra, provviste di una buona preparazione umanistica e in grado di comporre versi, suonare e cantare con grazia.

Circondata dal lusso e da amicizie altolocate, Gaspara poté quindi dedicarsi alla letteratura, priva, verosimilmente, di apprensioni per il mantenimento personale e dei congiunti. Le scarse notizie sui mezzi di sussistenza della famiglia, insieme alla all’incomparabilità di un tenore di vita così alto con le esigue sostanze di Cecilia, hanno fatto ipotizzare che le sorelle Stampa rientrassero nella categorie delle cortigiane “honeste”, prostitute dedite alle arti, dotate di attrattive fisiche e intellettuali. La congettura sarebbe suffragata dai comportamenti emancipati descritti nel canzoniere; spiegherebbe inoltre la provenienze degli averi con le generose elargizioni di corteggiatori e amanti. Tra questi, con ogni probabilità, Collatino: non fu l’unico né il primo ma, in ogni caso, amato con sincerità. A lui la poetessa dedicò colloqui struggenti, alternando picchi di gioia e abissi di dolore secondo il ritmo dei ritorni e degli addii. Ricambiata con freddezza, desiderò più volte la morte e, una volta “cenere e favilla”, si augurò di essere ricordata come “raro essempio di fede alta amorosa”.
L’invocazione si rivelò fatalmente profetica: il 23 aprile 1554, a poco più di trent’anni, Gaspara morì, dopo quindici giorni di malattia, forse per un parto o i postumi di un aborto. La dedizione all’amato non fu scordata, come aveva sperato, ma rimase eternata nelle Rime, delicata testimonianza di un animo.
L’infelice conclusione, forse, non turbò molto però l’inflessibile destinatario di tanto fervore, il conte di Collalto, che a distanza di tre anni dalla morte di Gaspara si sposò.



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Elisabetta Ravegnani

Elisabetta Ravegnani

Ama i libri fin da bambina. Prima li legge, poi li colleziona, poi li studia, infine decide di raccoglierli. E crea una libreria. Piccola, fuori dagli itinerari commerciali, con lo scopo di offrire quel qualcosa in più, che non si trova sempre in giro. Qualche anno dopo la laurea in Lettere, unendo la passione editoriale con quella per Venezia, si inventa La bottega di Manuzio. Che ancora oggi cresce, con passione, ogni giorno.
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